San Bernardo - Sito ufficiale San Bernardo da Corleone

Vai ai contenuti

Menu principale:

Animosa Civitas

Corleone, piccola città della provincia di Palermo, sorge sul declivio di una corona di monti, in un'ampia conca che, come dice l'insigne storico Colletto, "il sole morente scalda ed indora con l'ultimo bacio della giornata laboriosa". Di origine molto antica è menzionata nei documenti arabi del secolo nono, quando occupata dai Saraceni - fu denominata Kurullium.
Per la fierezza di carattere dei suoi abitanti fu chiamata "animosa civitas", tanto che nel 1282, epoca dei famosi Vespri Siciliani, fu la prima città dell'isola, dopo Palermo, ad insorgere contro la dominazione di Carlo d'Angiò Re di Napoli.
Fu in questa antica, modesta ma ardimentosa città nacque San Bernardo nei primi di febbraio del 1605.
Fu il quinto di sette figli, che ebbero i coniugi Latino conciapelli, e Francesca Sciascia, casalinga; battezzato il 6 dello stesso mese gli fu imposto il nome di Filippo.
Dal padre apprese l'amore al lavoro e la carità verso i poveri; dalla madre, terziaria francescana, il buon esempio nella pratica degli atti di pietà.
Nessuna notizia particolareggiata abbiamo della sua puerizia, possiamo dire soltanto che ben presto si manifestò in lui una forte volontà, unita ad un carattere vivace, irruente e ardito, sostenuto da una forza fisica non comune.
Non si lasciava posare una mosca sul naso ed era sempre pronto a menar le mani; la frequenza ai Sacramenti era per lui un freno a moderare gli accessi a cui per natura era trasportato.

Schermitore insuperabile

Cresciuto negli anni, nonostante esercitasse l'arte del calzolaio, favorito dalla circostanza che i Borgognoni (Soldati spagnoli quivi di presidio),insegnavano a maneggiar le armi alla gioventù maschile, imparò così bene a tirar di scherma, da superare in breve tempo le migliori spade di sicilia.
D'allora cominciò a servirsi della spada per risolvere puntigli, ma soprattutto per impedire i soprusi e le angherie dei soldati stranieri di presidio a Corleone.
Una volta liberò dalle loro provocazioni una giovinetta campagnola, che avevano presa di mira. Una sera li inseguì e strappo dalle loro mani una sposina, da essi rapita lungo il corteo nuziale. Un'altra volta li mise in fuga per la via San Martino, colpendoli alle spalle con piattonate di spada, perchè si erano abituati a svaligiare i poveri mietitori forestieri, che dormivano sulla gradinata della Madrice. Seppe pure tenere in freno alcuni spavaldi che si vantavano di saper menar la spada meglio di lui, tra i quali era un certo cavaliere Beviaceto, che si era recato a Corleone per misurarsi con lui e metterlo fuori combattimento. Ma ne ebbe la peggio, perchè, rimasto ferito e umiliato se ne tornò a Palermo con le trombe nel sacco.
Qualche tempo dopo fu la volta del valente spadaccino Vito Canino, chiamato Commissario. Questi, più presuntuoso del primo, volle anch'egli recarsi a Corleone per sfidarlo e togliergli il vanto di esser temuto come la prima spada di Sicilia. Però la pagò assai cara, perchè Filippo, avendo compreso che si trattava di una partita di onore, gliele suonò belle e gli rovinò irreparabilmente il braccio destro con un colpo di punta.

Sono un bandito da forca

Nel quartiere corleonese di san Pietro, in una casa che si affacciava anche in via delle Concerie, nei pressi del mulino di Gallo alimentato da un canale d'acqua, nacque il 6 febbraio 1605 Filippo Latino, cioè il frate cappuccino Bernardo, oggi "santo".
La famiglia di Filippo era chiamata a voce di popolo "casa di santi". Il padre, Leonardo, calzolaio e artigiano in pelletteria, era di grande carità verso i poveri ed era capace, quando incontrava per strada qualche cencioso, di portarselo a casa, ristorarlo con un bagno, dargli abiti puliti e rifocillarlo.
La madre, Francesca Sciascia, fervente terziaria francescana, era tutto cuore per i poverelli e dedita alla preghiera sino agli ultimi anni della sua vita quando, appoggiandosi al bastone, si trascinava fino alla chiesa madre per la messa e la benedizione vespertina.
I processi parlano anche di altri fratelli di Filippo: Giuliano, prete diocesano, morto in fama di santità, e Luca, cittadino esemplarissimo. Pare tuttavia che la famiglia Latino avesse dieci figli e Filippo sarebbe stato il quintogenito. Con un ambiente familiare così favorevole, è facile immaginare come Filippo fosse facilitato a vivere la sua vita religiosa con rigorosa coerenza.
Filippo frequentava i sacramenti con assiduità e non si vergognava di farsi sorprendere in preghiera nelle chiese del paese e, secondo la precisazione di Giuseppe Lupo ai processi: "ogni volta che aveva qualche disgusto o rammarico, subito s'andava a confessare".
A questa sua religiosità verticale corrispondeva il riscontro di una religiosità fatta di opere e verità. Sono molti infatti coloro che ai processi hanno testimoniato di aver visto il giovane che "andava con li bertuli in collo cercando limosina per la città in tempo d'inverno per li poveri carcerati", e questo "senza virgugnarsi".
Mastro Filippo, poi, trattava bene i suoi dipendenti, dal momento che gestiva una bottega di calzolaio, nel solco del mestiere paterno. A questo titolo Filippo faceva parte della "maestranza dei calzolai" e quindi gli spettava il titolo di mastro. A chi gli parlava di matrimonio, Filippo mostrava con una certa fierezza il cingolo francescano che teneva esposto abitualmente nella sua bottega, assieme alla spada, e "rispondeva che la sua sposa era lu curduni di san Francesco".
La spada ricordava il suo impegno come sciurtiere con la facoltà cioè di girare di notte, armato, per le vie della città a protezione dei
cittadini, secondo una consuetudine e un privilegio che Corleone aveva mantenuto anche durante la dominazione spagnola.
Quello di maneggiare la spada non era un hobby per Mastro Filippo ma un vero e proprio "mestiere" o "esercizio", come hanno opportunamente notato i primi biografi. Ecco perché quando si trattava di difendere i poveri e gli oppressi, Filippo non esitava a servirsi della sua bravura che gli aveva procurato il titolo ambito di "prima spada di Sicilia". Così, difese una giovane insidiata da due soldatacci e protesse mietitori e i vendemmiatori defraudati del frutto del loro lavoro, dopo una giornata di sudori, dal la soldataglia di stanza in Corleone. Il maneggio della spada ha contribuito a dare l'aria di mito alle imprese giovanili di Filippo La tino, facendolo passare   il che è falso   per un attaccabrighe di piazza e ad avvolgere il personaggio in una sorta di ragnatela romanzesca, lasciando un segno nella storiografia e nella biografia del santo cappuccino.
Che mastro Filippo si accendesse come un fiammifero, se provocato, non era comunque un mistero per nessuno in Corleone. Due testimoni precisarono ai processi che "nissunu difettu ci era nutato si non la caldizza ch'avia in mettiri manu a la spata quando era provocatu".
1 testimoni furono comunque tutti concordi nel deporre che se mastro Filippo metteva mano alla spada era "per difendere qualche vessazione del prossimo" e "per aggiutare qualche persona".
L'episodio del duello memorabile con Vito Canino, da collocare con molta probabilità nell'estate del 1626, è certamente da considerare decisivo nella giovinezza di Filippo Latino e costituisce un nodo fondamentale nella biografia di Bernardo da Corleone, ma va tuttavia letto nel contesto storico in cui maturò e deve essere alleggerito da quell'alone cupo e romanzesco con cui è passato nell'agiografia.
A questo proposito non sono neppure mancati i tentativi di identificare a tutti i costi il corleonese Filippo Latino con lo spadaccino Lodovico de I Promessi Sposi, meglio noto alla letteratura italiana come padre Cristoforo, frate cappuccino del convento di Pescarenico, difensore intrepido dei poveri e degli oppressi, antagonista del niente affatto coraggioso don Abbondio.
Prima dello scontro fatale con Vito Canino, che ebbe vasta risonanza popolare, non solo a Corleone, mastro Filippo aveva avuto delle scaramucce con un non meglio identificato Vinuiacitu (l'ossimoro 'vino aceto" forse rendeva bene ai contemporanei l'entità del personaggio) che se la cavò con due dita ferite.
Vito Canino, sempre identificato con il titolo di "commissario" dall'incarico procuratogli in seguito dal suo rivale divenuto fra Bernardo, venuto da Palermo a Corleone, per carpire il primato nel maneggio della spada a mastro Filippo, in realtà era un killer mandato da Vinuiacitu allo scopo di assassinare il calzolaio, per rifarsi dell'umiliazione subita e archiviare così lo smacco.
All'epoca del duello Filippo era nella pienezza dei suoi ventuno anni e doveva esserci gran caldo in quei giorni di canicola dal momento che se ne stava nella sua bottega spitturinatu (a torso nudo), quando arrivò il provocatore:
Siti vui mastru Filippu?
Pirch'ni spiati?
Ni spiu pri beni. Si si galantomu, , pigliati la spata.
lu cu vossignoria nun c'haiu avutu. dispariri, chi occasioni haiu di pigliari la spata?
Ma il Canino continuò imperterrito nella sua provocazione e dovette pure sconfinare nella volgarità perché mastro Filippo finalmente andasse in collera e rispondesse per le rime: "Nun haiu bisogna di spata cu ttia". E uscì dalla bottega col solo pugnale. Il duello si articolò in due tempi ed ebbe inizio nella piazza superiore per consumarsi poi nella piazza inferiore, con l'inevitabile crocchio di spettatori incuriositi e partecipi.
Il Canino ce la metteva tutta per eliminare mastro Filippo mirando alla testa. Fu allora che il calzolaio, avendo notato che l'avversario era armato di tutto punto e protetto dal giaco, rientrò in bottega e si armò come si doveva per combattere contro un sicario, quindi sferrò l'attacco senza esclusione di colpi. Anche mastro Filippo aveva questa volta preso di mira la testa del Canino che, per parare il colpo, ne ebbe i tendini del braccio recisi, restando così mutilato e inabile per il resto della vita.
Nonostante si fosse trattato di legittima difesa, e non di una questione di onore e di puntiglio, mastro Filippo provò dispiacere e dolore vivissimo per aver ferito in questo modo il Canino. La "prima spada di Sicilia" chiese perdono al ferito e, anche quando divenne cappuccino, lo aiutò economicamente, tramite i benefattori, gli procurò quell' incarico di "commissario" e lo sostenne moralmente con il dono di una grande amicizia.
Certamente l'esperienza dolorosa del duello influì moltissimo nella crisi esistenziale che maturò in mastro Filippo, nel corso di alcuni anni, la vocazione cappuccina.    

Religioso Cappuccino

Indossate le serafiche lane il 13 dicembre 1631 e cambiato il nome di Filippo con quello di Fra Bernardo, potè dirsi appagato il suo desiderio di tranquillità e di solitudine. Fin d'allora si diede con animo risoluto ad affrontare le austerità del noviziato per spogliarsi completamente dell'uomo vecchio e incominciare nella religione cappuccina una vita nuova di penitenza e di santità.
La sua totale sottomissione alla volontà dei Superiori e la mortificazione che gli infliggeva il maestro, finirono per domare il suo carattere, rendendolo docile e remissivo, indirizzandolo verso le altezze della preghiera e della contemplazione nei mistici slanci di unione con Dio.
Soffrì molte tentazioni e scoraggiamenti da parte della propria natura e dello spirito maligno, che gli compariva spesso; ma seppe superarli bravamente con la fiducia nel Signore e con le dure penitenze che inflisse al suo corpo, che chiamava fratello asino.
La forma di vita ascetica intrapresa risolutamente nel noviziato che si compendiò e nel trinomio: preghiera, mortificazione, ubbidienza, fu regola costante di tutta la sua carriera religiosa trascorsa nei diversi conventi della Provincia monastica, dove veniva destinato nei cambiamenti capitolari.
E vi si attenne fedelmente sino alla morte con un crescendo eroico, lasciando per ogni dove fulgidi esempi di maschie virtù, che ne fecero un vero seguace del Poverello di Assisi.


Dov è la mia spada

Il cammino verso la perfezione, iniziato con il rito della vestizione, fu tutt'altro che agevole per il novizio fra Bernardo, impegnato in quel duro tirocinio ascetico che era l'anno di prova presso i cappuccini: uno stillicidio di osservanze, preghiere e penitenze, scandite dal suono di campane, canali e coppi, secondo i luoghi, ritmavano giorno e notte la vita di quanti intendevano legarsi, con la professione dei voti religiosi, all'Ordine che aveva come sua caratteristica principale l'austerità della vita.
Nel convento di Caltanissetta, padre Luca da Palermo era insieme guardiano e maestro e quindi possiamo dire l'interlocutore principale, se non unico, nella formazione spirituale dell'ex prima spada di Sicilia.
Consapevole del suo compito, il padre Luca si rivelò la persona più adatta per incanalare il carattere focoso del giovane corleonese, della cui valentia nelle armi aveva certamente avuto notizia, nell'alveo della santità. Un compito certamente arduo e doloroso da portare avanti con gli esercizi spirituali, ma anche con le faccende che ogni giorno si sbrigano in un convento povero e umile: in primis la cucina e l'orto, che erano assegnati in modo particolare ai "novizi laici" cui appunto fra Bernardo apparteneva.
Tra le numerose pratiche che scandivano la giornata di un noviziato cappuccino, centrale era il cosiddetto "capitolo delle colpe", con tutto il suo dettagliato cerimoniale finalizzato a far "bruciare i grassi dell'orgoglio" dei novizi, con penitenze adeguate ai difetti esterni accusati in pubblico.
Un giorno dopo che fra Bernardo aveva detto la sua colpa, prostrato umilmente a terra, accusandosi dei suoi difetti, il maestro padre Luca si era lasciato andare ben oltre la solita riprensione e deve aver calcato troppo la mano sul passato, non troppo remoto, del novizio di Corleone. A questo punto, annullando giorni e giorni di meditazione, col sangue affluito immediatamente al cervello e tremante di rabbia, fra Bernardo, ritornato pienamente Filippo Latino, scattò in piedi urlando: "Dov'è la mia spada?". Ma fu un attimo poiché il novizio tornò subito in se stesso, prostrandosi nell'abisso dell'umiltà e dell'espiazione.
Questo incidente di percorso ha segnato tuttavia il punto di non ritorno, il momento cruciale dell'esperienza spirituale nella lotta tra l'uomo vecchio Filippo Latino, che doveva morire, e l'uomo nuovo fra Bernardo da Corleone, che doveva nascere. La lotta a tutto campo si configurava ormai tra la spada, emblema dell'orgoglio e della forza e la croce raffigurazione del rinnegamento di sé o se vogliamo tra le esigenze dell'onore umano e quelle dell'amore, richieste dall'impegno cristiano intrapreso con fermezza e coraggio.
Trascorso l'anno di prova, fu lo stesso padre Luca a ricevere nelle sue mani   era il 13 dicembre 1632   la professione religiosa di fra Bernardo che s'impegnava davanti alla comunità di vivere per tutto il tempo della sua vita "in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità".

Penitenza spietata

Non era possibile, senza un aiuto speciale del Signore, menare una vita così austera da torturare il suo corpo con estenuanti digiuni, incredibili discipline e raccapriccianti cilizi.
La sera si adagiava sopra un'angusta tavola da letto, avente un piccolo tronco d'albero per guanciale.
Il suo pasto abituale consisteva in alcuni tozzolini di pane duro, intinti nell'acqua amara, che mangiava stando in ginocchio.
Un giorno però il Signore lo volle confortare apparendogli in refettorio durante il pranzo. Dopo averlo incoraggiato a perseverare in quel genere di penitenza, prese un crostino di quel pane, lo intinse nel sangue del suo costato e glielo pose in bocca facendogli gustare delizie di Paradiso.
Avido di soffrire, era capace di ricorrere ad autocastighi molto severi per espiare difetti che a parer suo erano gravi.
Una volta gli sfuggì una risposta un pò duretta a un confratello. Rientrato immediatamente in se stesso, si buttò a terra, gli chiese perdono e tornato in cucina, prese un tizzone ardente e con quello si stropicciò le labbra in penitenza della colpa, portando per un bel pezzo e con dolore le piaghe della scottatura.
Lo stesso fece quando si accorse un'altra volta di aver risposto al Padre Guardiano per scusarsi dietro un'osservazione che questi gli aveva fatto sul ritardo a preparare il desinare. Si percosse fortemente le labbra con le nocche delle dita, dicendo a sè stesso: Prendi, non te l'ho detto io più volte che non devi rispondere e devi ingoiare tutto con umiltà e sottomissione?
Siccome con le penitenze asprissime rovinava il suo corpo, Fra Antonino da Partanna, altro santo laico del convento di Palermo, lo esorto ad essere più moderato. Egli rispose: Che ragione ho io di dover portare intero questo mio corpo alla sepoltura? Se i superiori mi lasciassero fare a modo mio, saprei bene come trattare questa bestia, la quale mostra di non temere le bastonate e si sforza a tutto potere di tirare calci contro lo spirito.
Oltre alle sofferenze fisiche che infliggeva al suo corpo, ebbe anche a soffrire aridità di spirito e amarezze morali dovute a incomprensioni. Era Dio che gli offriva le occasioni per purificarlo e raffinarne lo spirito, perchè lo sapeva convito che egli voleva vivere unito a Gesù Crocifisso, mettendo in pratica la massima dell'Imitazione: <<Senza dolore non si vive in amore>>. Aveva composto egli stesso la seguente strofetta, che ripeteva a chi gli era familiare:

                                                            Sia lodato il buon Gesù!
                                                             Una Notte di tormento,
                                                            un giorno eterno di contento.

Il Crocifisso

Le principali devozioni, nelle quali profondeva i palpiti del suo cuore innamorato di Dio, oltre quella della SS. Trinità, erano il Crocifisso, l'Eucaristia e la SS. Vergine.
Il tenerissimo amore che portava a Gesù Crocifisso lo spingeva a contemplare le pene e i dolori sopportati per noi. Dalla passione del Redentore faceva il pascolo prediletto delle sue meditazioni, e diceva che essa è un mare che non ha fondo, perchè contiene una gran moltitudine di misteri, i quali eccitano l'anima all'amor di Dio.
Nel meditare la passione del Signore usava un Crocifisso dipinto su di una croce di legno, che gli aveva donato Fra Paolo di Castronovo, suo intimo amico. Lo portava sempre appresso e lo chiama miracoloso, perchè con esso il Signore gli aveva concesso la risurrezione di un morto, annegato nel fiume S. Pietro presso Castronovo, e la guarigione d'un idrofobo.
Or accadde una volta che recandosi da Caltabellotta a Burgio in compagnia di Fra Alberto da Corleone, trovarono il fiume, che taglia la strada fra i due paesi, così ingrossato dalle piogge da non poterlo passare a piedi. Un buon uomo che transitava di là con la sua mula, consentì a trasportarli all'altra riva, prendendoli in groppa l'uno dopo l'altro. Fra Bernardo montò per primo: ma quando fu giunto verso la metà del fiume, il giumento incespicò ed egli cadde in mezzo alle acque da cui si poté salvare a stento aggrappandosi ai rami di una pianta che sporgeva sulle acque.
Ma qual fu la sua constatazione quando si accorse di aver perduto il suo Crocifisso? Allora con grande fede esclamò: " Signore, è possibile che io non mi sia annegato e voi sì? Io non voglio partir di qui, senza di voi, mio Crocifisso!" Dette queste parole, il Crocifisso, che era rimasto a galla, cominciò a ritornare verso di lui contro corrente, sicchè, stesa prontamente la mano, lo prese con immensa gioia.
Quindi esclamò!: "ora che ho il Crocifisso, poco m'importa delle altre cose perdute".

Il Taumaturgo

Risulta dai processi diocesani e dal Summarium dei processi apostolici che molti furono i miracoli operati da Dio per mezzo del suo servo Fra Bernardo; qui non possiamo che citarne alcuni dei principali.
Quand'era di famiglia a Castronovo si accorse una mattina che il Guardiano stava male per aver passata la notte in preda a gravissimi dolori. Da buono e caritatevole cuciniere volendo preparargli una tazza di brodo ristoratore si recò dalla signora Virginia Giallongo, insigne benefattrice dei religiosi, per chiederle la carità di una gallina. Fu subito accontentato; e siccome doveva andare altrove per sbrigare qualche faccenda, al ritorno trovò la gallina sventrata, pulita e così preparata da poterla mettere nella pentola. L'austero Guardiano però non fu del medesimo parere, e gli ordinò di restituire la gallina cosi com'era. Fra Bernardo ubbidì prontamente; ma ecco la meraviglia! Nell'atto di sciogliere l'involto ne uscì una gallina non già morta; ma piena di vita, che si mise a svolazzare per la casa e poi corse a trovare il suo pollaio.
Un giorno del mese di gennaio, trovandosi nel giardino di un certo Antonio Florio, suo amico palermitano, gli rimproverò la condotta poco morale che menava. Poi abbassato un ramo di fico senza foglie, vi comparvero improvvisamente tre fichi freschi e deliziosi, di cui gliene fece mangiare uno senza toccarlo. Bastò questo prodigio per indurre l'amico a mettersi in regola con Dio.
Ebbe pure il dono della scrutazione dei cuori e quello della profezia. A un visitatore sconosciuto delle catacombe dei Cappuccini, che pur avendo famiglia viveva disordinatamente, disse a bruciapelo: Lasciala..... pensa che dovrai morire come tutti questi che vedi!.
Un giorno avendo incontrato nel convento di Palermo un giovanotto mai visto, gli disse con risolutezza: Ah meschinaccio; che pensi di fare? Non ti accorgi che lo spirito di vendetta ti tiene ammalato e ti travolge la mente? Se non perdoni al tuo nemico precipiterai nell'inferno. Il giovane vistosi scoperto, perchè in cuor suo rimuginava veramente la vendetta, non solo si riconciliò col nemico perdonandolo, ma si confessò e visse da buon cristiano.
Berisano Garofalo e Luigi Giurato erano due giovani palermitani coetanei e amici inseparabili. Avendo deciso di comune accordo di farsi religiosi Carmelitani, furono consigliati di consultarsi con Fra Bernardo. Dopo tre giorni di preghiera il santo frate rispose che il Berisano non era chiamato allo stato religioso, al contrario di Luigi Giurato che sarebbe entrato presto nell'ordine Carmelitano. La predizione si avverò esattamente.
Caterina Cangemi, novizia nel monastero della Maddalena in Corleone, era decisa di uscirsene per mancata perseveranza nella vocazione. Chiamato Fra Bernardo le disse: Figlia Gesù ti vuole al suo servizio. Bada bene a quel che fai, perchè se te ne esci, sposerai presto e morirai al primo parto. La Cangemi ostinata svestì l'abito religioso e tornò a casa; ma le due parti della profezia non patirono smentita. Prima ancora che si compisse un anno dal triste presagio, la ex novizia infedele moriva di febbre puerperale.

La SS. Vergine Maria

Dopo Dio, il suo tenero e filiale affetto era per la SS. Vergine, che onorava con la più assidua devozione. La chiamava col tenero nome di madre, ed ogni volta che cominciava o finiva di lavorare, le recitava l'Ave Maria e le chiedeva la benedizione.
La celeste Regina gradiva i devoti ossequi del suo servo e gli appariva, gli parlava, lo confortava, gli mostrava il bambino Gesù, gli concedeva le grazie che egli domandava per sè e per gli altri. Fra Antonio da Partanna depose nei processi che una notte dopo il mattutino, non potendo pigliar sonno, sentì tutto a un tratto una folata di vento, che lo trasportò nella cella di Fra Bernardo, che stava in ginocchio. Alla domanda: che cosa c'è? rispose: non so nulla; solo che mi trovo istantaneamente nella vostra cella. Aveva appena finito di dire queste parole quando vide entrare una Signora col manto nero, a cui piedi Fra Bernardo si gettò dicendo: Ecco la Madre mia!. Avendo compreso che era la beatissima Vergine Fra Antonio piegò anch'egli le ginocchia. Ma la celeste Signora, dopo avergli consegnato il Bambino con le parole: prendi quel Gesù che sempre chiami, si voltò verso Fra Bernardo, col quale si pose a conversare affabilmente, come la madre col figlio.
Un giorno di festa, dedicato alla SS. Vergine, il superiore volle che anche Fra Bernardo sedesse a mensa assieme agli altri religiosi. Siccome era in chiesa, intento a servir le Messe, che successivamente si celebravano, al refettoriere, che gli comunicò l'ordine del P. Guardiano, disse: Sta bene, però fatemi la carità di mettere al mio posto la boccetta di latte che troverete nella mia cella.
A queste parole il frate si turbò, perchè sapendo che il latte era un lusso per Fra Bernardo, non poteva trovarne la ragione. Il servo di Dio, che si accorse di quel turbamento, nonostante la diligenza che usava nel nascondere i favori celesti, sentì il bisogno di aggiungere: Fratello mio, la boccetta di cui vi parlo contiene una bevandina speciale, che si è degnata prepararmi la Regina degli Angeli, la quale è tanto buona verso di me che oggi, sua festa, vuole che io goda un pò in suo onore.
All'ora di pranzo, gustando quella bevandina, Fra Bernardo fu consolato e compensato di tutte le privazioni che s'imponeva per amor del Signore.
Ebbe pure grande devozione verso San Giuseppe, San Michele Arcangelo, San Giovanni Battista e i principi degli Apostoli Pietro e Paolo; ai quali spesso si raccomandava. Non cessò mai di pregare per i defunti e di applicare tutte le indulgenze che poteva per liberare le loro anime dalle pene del Purgatorio.

L'Eucarestia

Alle contemplazione di Gesù paziente sulla croce, univa la devozione verso il sublime mistero dell'Eucaristia. In un'epoca in cui la comunione quotidiana non era in uso, Fra Bernardo la faceva ogni mattina; ed a Fra Antonino da Partanna che gliene chiesa la ragione, rispose: " Io non ci posso stare senza il SS. Sacramento ogni giorno " Vi si preparava con grande purezza di coscienza e con una buona disciplina, e dopo restava lungamente a fare il ringraziamento, tutto assorto in Dio col volto raggiante di gioia.
Sia di giorno che di notte si tratteneva quanto più poteva dinanzi all'altare del Sacramento ginocchioni, con gli occhi fissi al tabernacolo e spesso piangendo e sospirando fortemente.
Una volta, mentre era a Castronovo, stette più di un'ora in estasi dinanzi al SS. Sacramento, solennemente esposto nella chiesa principale; dove fu visto dal popolo, che era accorso per partecipare alla processione del Corpus Domini.
Assistendo un'altra volta assieme a Fra Antonino ad una Messa che si celebrava all'altare del Crocifisso, ricevuta entrambi la S. Comunione, accadde che Fra Antonino, immerso nella preghiera di ringraziamento, si sentì toccare il braccio da una mano invisibile. Sollevò il capo e vide un giovanetto dall'aspetto angelico che gli disse: "Guarda verso Fra Bernardo". guardare e venir sorpreso da una stupenda visione fu una cosa sola. Fra Bernardo aveva nella braccia il bambino Gesù in atteggiamento carezzevole, mentre ebbro di gioia, batteva il piede dicendo: "Paradiso! Paradiso!" Allora lo sconosciuto, che era un Angelo, domandò a Fra Antonino: E tu quando avrai la stessa sorte? Rispose: quando Dio vorrà. L'Angelo scomparve e la visione ebbe fine.

Umanità e Santità

Nel suo impegno ascetico, rigoroso e diuturno. Fra Bernardo rimaneva umanamente uomo. fugando così certi pregiudizi che relegano i santi su sfere irraggiungibili e offrono l'occasione per analisi neurologiche con quel sintomi di misantropia, misoginia e mania lesiva riscontrabili in certa agiografia.
Pur essendo ritirato nell'umiltà e nel silenzio infatti, fra Bernardo viveva in pienezza le vicende degli uomini e portava impressa nella sua vita, come ogni cappuccino del resto, le stimmate della popolarità.
L'amore di fra Bernardo per il prossimo iniziava anzitutto dentro il convento, "stimandosi servo e servendo a tutti in particolare con aggiutare il fratello nei più vili esercizii del convento. come di lavar piatti, scopare la cocina ......"
Nei rapporti fraterni mai lo si vide "adirato con alcuno, o lamentarsene, o mormorarsi del prossimo", né mai disse male di alcuno, anzi "non conosceva mai difetto in persona d'altri". Quando in convento arrivavano frati forestieri. sia di passaggio che destinativi da provvedimenti disciplinari, fra Bernardo li abbracciava e quindi si precipitava a lavar loro i piedi, per ristorarli dalla stanchezza del viaggio, sempre con la più grande allegria, dicendo: "Per amor di Dio, per amor di Dio".
Una volta, nel refettorio di Palermo, un frate di "una provincia forestiera" era stato castigato, non si sa bene per quale motivo. Fra Bernardo abbracciò il frate umiliato con tanto affetto da farlo piangere di tenerezza. Fra Girolamo da Corleone ci tiene a sottolineare questo gesto: "Essendo stati presenti a quest'azione quasi cento frati, nessuno fece quest'azione dì carità".
Il cappuccino di Corleone era, manco a dirlo, assai ricercato alla porta del convento da tutte le categorie di persone, a volte per consigli spirituali a volte anche per curiosità. Allora, quando fra Bernardo fiutava il pericolo di esporsi alla dissipazione o capiva che lo si voleva assimilare a un mago o ad un indovino, si rendeva irreperibile. Al portinaio però fra Bernardo precisa "quandu venissero poverelli che lo vulisseru, l'avissi subitu chiamato".
Allora il frate austero logorato dalle penitenze e assorto nella contemplazione, mostrava tenerezza come quando preparava a parte la minestra dei poveri con grande gusto".
Era felice quando poteva venire in aiuto degli altri. Così tranquillizzava Giuseppe Giacòn dicendogli che la moglie avrebbe dato alla luce  "un bel figlio maschio", e a Giambattista Massa, preoccupato per la moglie che presentava una gravidanza difficile, fra Bernardo dava per certa la di una femminuccia: "La chiamerai Anna >>. Anche in altre occasioni la preghiera del cappuccino e la benedizione con la sua corda francescana erano state di buon auspicio nel risolvere problemi legati alla gravidanza e al parto, tanto che fra Bernardo è stato etichettato come "il protettore delle puerpere".
Come sempre, sotto il saio ruvido del cappuccino fra Bernardo portava infinite sfumature di umanità che assumevano a volte tutto il sapore dei fioretti. Nessuno infatti si sarebbe aspettato dal frate di Corleone quella carica di umorismo che dava un sapore indimenticabile alle sue battute.
Contrariamente a certo clichè iconografico, i  processi per la beatificazione di fra Bernardo offrono interessanti circa la gioia "contagiosa" dell'austero cappuccino di Corleone che sempre "tutto allegro" e "non faceva cosa che non mostrasse grande allegrezza" e "quando vedeva qualche frate afflitto che sospirava, meravigliandosi diceva: "Che cosa ha questo che sospira malinconico?", stimando che ognuno debba stare allegro e contento.
Anche al di fuori del convento la gioia di fra Bernardo arrivava come un soffio benefico.
Una volta arrivò al convento Giuseppe Giacomo Marves, ricco di nobiltà e di guai. Sembrava inconsolabile, ma il genio di fra Bernardo trovò il rimedio più opportuno: un pranzetto succulento. Manco a dirlo l'amico ritrovò la gioia di vivere con i sapori di una buona cucina.
Anche Giuseppe Caselli, arrivato furibondo al convento perché la moglie aveva dimenticato di prepararci quel certo manicaretto, ebbe la sorpresa di trovarlo pronto e fumante, preparato, naturalmente da fra Bernardo che aveva rimediato così alla sbadataggine e ammortizzato la rabbia dell'amico, aggiungendo: "Povera signora, se lo scordò.  Ma ricordatevi ch'è figlia di una santa e dove c'è la pace c'è Dio". Alla baronessa di Carini, che si lamentava di    essere vittima dell'acidità del marito,  peraltro amico di fra Bernardo, il cappuccino non esitò a    rivolgere una battuta che non era certamente musica per le orecchie: "Senta, signora, cerchi prima di accorciare un po' la lingua e vedrà che    la faccenda sì aggiusterà subito".
Un'altra volta fra Bernardo avvicinò amichevolmente  Carlo Botto il quale covava in cuor suo un odio tanto violento contro un avversario (il solito puntiglio) tanto che cercava l'occasio   ne propizia per farlo fuori. Il cappuccino, su due piedi, entrò in argomento: "Cosa ti ha fatto quel poveretto che lo vuoi ammazzare?". Tanto bastò perché, in nome dell'amicizia, Carlo Botto desistesse dal suo proposito sanguinario.   Fra Bernardo aveva un dialogo costante con i giovani chierici, tanto che, in vista degli esami di ammissione al presbiterato, se lo vedevano com   parire davanti con una proposta: "Picciotti, io pregherò affinché gli esami vi vadano bene; però voi, quando sarete ordinati, applicherete per me    quindici messe". A volte la richiesta era dì trenta Messe. 1 giovani non se lo facevano ripetere due volte: "D'accordo, fra Bernardo, purché sia   mo promossi, poi tutte le messe che vuoi".
Uno di questi giovani chierici, scoperto una volta    da fra Bernardo a combinarne qualcuna delle sue, mentre sì aspettava una qualche ramanzina, se lo vide venire incontro a braccia aperte:    "Fratuzzu miu, non dubitare, perché io compatisco le imperfezioni giovanili".
Un giorno fra Bernardo rientrava in convento per una di quelle viuzze che fanno di alcuni quartieri di Palermo qualcosa di molto simile alla casba araba. Il cappuccino si fermò all'uscio di    conoscenti, dal quale venivano fuori degli strilli sconsolati dì un bambino. Fra Bernardo chiese quelli di casa il motivo di tanto pianto, anche se si sarebbe potuto pensare agli immancabili capricci del piccolo.
Fu il bambino stesso a dare spiegazioni al frate, additando il gatto che se ne stava in un angolo a far le fusa dopo aver fatto un boccone dell'uccellino di casa, delizia del frugoletto.
Fra Bernardo non ebbe esitazioni e, rivolto al gatto, gli intimò la restituzione del mal tolto. Inutile dire che l'uccellino tornò a svolazzare per la casa, ravvivando la gioia del suo padroncino, mentre fra Bernardo s'affrettava a scomparire per evitare commenti e ringraziamenti.
Un'altra volta, era una giornata di gennaio del 1664, fra Bernardo risalendo lentamente dalla città alla volta del convento, fece una sosta nel giardino della famiglia Florio, uno dei tanti che costellavano di colori e profumi lo spazio tra Porta nuova e i cappuccini.
Nello spirito di amicizia che li legava, fra Bernardo rivolse alcune parole di esortazione al figli che lavoravano col padre, soprattutto sull'obbedienza verso i genitori, aggiungendo però un rimprovero particolare ad Antonio che viveva more uxorio con una ragazza, fuori dal matrimonio.
Il padre sgranò gli occhi, meravigliato nel sentire che il cappuccino rivelava quello che sembrava un segreto della famiglia. Ma l'imbarazzo durò poco perché fra Bernardo avvicinandosi ad un albero di fichi ne prendeva un ramo spoglio e invitava prima Antonio, poi Francesco e infine lo stesso padre a mangiare dei fichi, che spuntavano dal nulla, mentre la moglie Angela, trattenendo a stento le urla, ripeteva: "Gesù, Gesù, in questa stagione fichi? Nel mese di gennaio!".
Sentimenti di fraternità legavano poi fra Bernardo alle vicende della città di Palermo, sempre colma di nuove inquietudini e fermenti sociali, e della sua Corleone che rimaneva pur sempre animosa civitas.
Così una volta fu sorpreso a pregare "a braccia aperte e la faccia per terra innanzi l'altare maggiore", per la città di Palermo sulla quale incombeva come castigo pesante un'alluvione. Egli ripeteva accorato, come una litania: "Signuri, la vogliu sta' grazia!". Del resto era arcinoto che il cappuccino "pianga li peccati della città", come pure "pregava e piangeva" per Corleone e per i suoi abitanti: "pregava Iddio che li perdonasse".
La santità di fra Bernardo si rivela così tutta permeata di umanità, dimostrando la possibilità di rendere autentico il nostro vissuto, pur nelle umili vicende quotidiane.       

Sono l'asino dei frati

Nel suo passaggio da un luogo all'altro fra Bernardo ebbe modo di far trasparire l'impegno ascetico che si era assunto con la scelta della vita cappuccina. 1 confratelli che vivevano con lui notavano l'ansia religiosa dell'uomo impegnato.
Senza avere la pretesa di farla da maestro, fra Bernardo, il quale "diceva di essere l'asino della religione e dei frati" e si dava da fare "a lavari li piatti e a serviri missi", voleva coinvolgere tutti nel cammino verso la salvezza attraverso l'amore di Dio e la penitenza.
Di queste convinzioni di fra Bernardo, che potremmo definire la colonna sonora della sua vita, è rimasta traccia in fatti emblematici e significativi legati al luoghi in cui di volta in volta ha dimorato, anche se non sono confluiti nelle testimonianze processuali.
Alla permanenza, in due tempi, nel convento di Bivona sono da ricollegarsi episodi simbolici e fondamentali che bene rivelano la reciprocità vitale tra fede e opere negli avvenimenti quotidiani.
Anzitutto il rapporto di fra Bernardo con i libri e quindi con lo studio. Pare a questo proposito che fra Bernardo, come del resto la gente del popolo del suo tempo, fosse illetterato e che una qualche volta fosse stato sfiorato dall'idea di imparare a leggere, naturalmente per servirsi, nella meditazione della Parola di Dio, dei libri spirituali che pure circolavano nelle librerie dei conventi cappuccini.
Ma fra Bernardo aveva riferito, come dettegli dal Crocifisso, queste parole: "Bernardo, non cercare tanti libri, ti bastano le mie piaghe per leggere e meditare".
Sempre a Bivona una volta capitò che tutti i frati del convento fossero costretti, da una non meglio identificata sindrome influenzale, a starsene a letto ben incappucciati.
Per i primi giorni fra Bernardo sembrava vaccinato contro il virus dell'influenza e la malattia dei frati era resa meno dura dall'andirivieni del frate di Corleone che, oltre ad assicurare il cibo con il suo incarico di cuciniere, seguiva come infermiere il medico impegnato a sconfiggere l'influenza che si era infiltrata nel convento cappuccino. Ma un giorno anche fra Bernardo accusò i sintomi del male e un senso di desolazione sembrò invadere il convento.
Una certa tradizione vuole che in quell'occasione fra Bernardo si fosse n'dotto in fin di vita. Notizia che, naturalmente, andrebbe verificata e passata al setaccio della n'cerca storica. Quello che è certo è che fermandosi fra Bernardo si doveva aspettare qualche angelo del cielo per confortare e assistere i frati ammalati. Sempre la tradizione aggiunge a questo punto il rimedio escogitato da fra Bernardo, in un lampo di genialità che fa rima con santità: raccogliendo tutte le forze rimastegli, il cuciniere si trascinò in chiesa, prostrandosi davanti al tabernacolo. La preghiera di fra Bernardo non ci è stata tramandata, ma il gesto compiuto dal frate è rimasto nel passaparola conventuale.
Raggiunta l'artistica custodia egli staccò la statuetta di san Francesco, se la cacciò nella manica del saio ed esclamò pressappoco così: "Serafico padre, tu lo sai che i tuoi frati di Bivona sono ammalati... chi si prenderà cura di essi? Ti avverto che non uscirai di qui se non quando mi avrai guarito".
L'effetto benefico dello stratagemma, un misto di carità, fede e semplicità, non si fece attendere e il giorno dopo fra Bernardo era pronto a riprendere, con cuore materno, il suo amorevole servizio ai frati.
Ma Bivona è anche il luogo in cui per fra Bernardo ebbe inizio una lunga tribolazione.
In prossimità di uno dei capitoli provinciali, quando nei vari conventi veniva eletto il cosiddetto discreto che accompagnava di solito il guardiano, partecipante di diritto all'assise capitolare, fra Bernardo rifiutò il suo voto all'aspirante locale padre Basilio da Burgio. La mancata elezione a discreto fece scattare in padre Basilio il sentimento umano del risentimento che si trasformò presto in una vera e propria campagna ostile e denigratoria nei confronti di fra Bernardo cui veniva attribuita la sconfitta.
Trasferito a Castronovo il frate corleonese vi trovò come guardiano padre Francesco da Burgio, amico e concittadino del padre Basilio, il quale s'incaricò di far pagare a fra Bernardo lo smacco elettorale subito dal mancato discreto cogliendo ogni occasione per umiliarlo, facendo tesoro per esempio delle mormorazioni dei che, a loro dire, vedevano poco il cuoco in cucina e, ma questo era risaputo, troppo in chiesa. Padre Francesco, con questo pretesto. scatenò sul capo di fra Bernardo una gragnola di rimproveri che provocarono la replica piuttosto risentita del pur umile cuoco: al frati non lasciava mancare nulla e quindi non avevano davvero motivo di lamentarsi. Ma poi, quando il padre guardiano si era allontanato, fra Bernardo rientrato in se stesso, capì di non essere stato abbastanza coerente e, presi dei rami che alimentavo il fuoco in cucina, se li strofinò sulle labbra come monito a non rispondere, come ha riferito fra Ilario da Palermo, allibito testimone oculare del fatto.
In altra occasione, dallo stesso guardiano, fra Bernardo fu castigato a pane ed acqua in pubblico refettorio con fra Bernardino da Prizzi. Anche questa volta, al confratello che gli consigliava di ricorrere ai superiori per mettere fine alla persecuzione e farsi cambiare di sede fra Bernardo rispose sottovoce: "Perdoniamole preghiamo il Signore per lui; ma mi dispiace, poveretto, perché ha da morire fuori della religione". Così avvenne.
Anche a Castelvetrano fra Bernardo fu preceduto dalla campagna denigratoria del padre Basilio da Burgio che gli aveva gia aizzato contro, ad arte, il guardiano padre Francesco Gibellina.
La breve permanenza di fra Bernardo in quel convento fu segnata dall'umiliazione continua che culminò in un castigo teatrale in cui il cappuccino corleonese fu costretto a comparire pubblico refettorio, luogo deputato delle grandi occasioni , con "un vaso sordido e sporco" appeso al collo.
L'episodio sconcertante è stato riferito ai processi da fra Girolamo da Corleone, testimone di tutto rispetto, che in simili frangenti aveva apprezzato nel suo concittadino l'imperturbabile serenità esteriore e l'amore di Dio che lo animava, nei confronti del guardiano anche quando questi, nel frattempo, era divenuto ministro provinciale, 'trattando con lui con grandissima dimestichezza", come se nulla fosse stato.
Ma è proprio durante una sua permanenza i patrio convento di Corleone che possiamo rilevare il cammino di conversione interiore percorso da fra Bernardo. Nella chiesa di questo convento, davanti all'altare maggiore, l'ex spadaccino, ora fra Bernardo, abbraccia il suo ex rivale Vito Canino, nello spirito della riconciliazione, per essere certo del perdono ricevuto e offerto.
Le lacrime di pentimento di fra Bernardo sono asciugate dall'umiltà del Canino che ammette:"Iu ci culpai a lu meu mali!".
A Caltabellotta, nel 1647, anno di sommosse le in Sicilia e nel Napoletano, fra Bernardo rimane coinvolto e ferito tra la folla, accorreva con i confratelli a liberare dall'assedio popolare un signorotto locale asserragliato nel suo palazzo.
Nell'attraversare il fiume Verdura in piena, durante il viaggio per l'ennesimo trasferimento da Caltabellotta a Burgio, cadendo da cavallo, fra Bernardo si lasciò sfuggire il piccolo bagaglio che portava nella sporta da viaggio, una specie di bisaccia a forma di cappuccio. Il suo rammarico fu davvero grande in quell'occasione, non tanto per le povere cose che rischiavano di fatto d'annegare, quanto piuttosto per il crocifisso con cui fra Bernardo consolava gli afflitti.
Anche ultimamente a Castronovo era stato grazie al suo crocifisso che fra Bernardo aveva potuto farsi interprete del dolore di una famiglia che piangeva un annegato. I frati avevano lasciato il coro per rendersi presenti nel mesto corteo che si era fermato proprio dietro la porta dei convento mentre fra Bernardo rimasto in fervorosa preghiera al suo crocifisso e l'annegato, dato per morto, si era rialzato dalla lettiga tra lo stupore generale.
Ecco perché apparve fatto assolutamente miracoloso il recupero dalle acque del fiume in piena del crocifisso  rimasto a galla e tornato, risalendo la corrente, lì dove fra Bernardo lo attendeva per riaverlo e stringerlo, con grande gioia, al petto.
Nel convento  di Chiusa, in cui si trovava certamente nel 1650, fra Bernardo era molto ammirato dai dieci

Ossequie trionfali

La triste notizia della morte di Fra Bernardo fu appresa dalla intera cittadinanza palermitana con profondo cordoglio. A misura che il luttuoso evento veniva conosciuto, nobile, plebei, gente di ogni condizione sociale si riversavano verso l'infermeria dei Cappuccini per onorare e vedere ancora una volta, nelle sue spoglie mortali, colui che era stato padre, consigliere, benefattore amatissimo.
I suoi funerali furono un trionfo. Durante il percorso dall'infermeria al convento dei Cappuccini, il feretro fu portato a spalla dai frati e dalle più nobili personalità di Palermo. La folla era tanta che il Governatore della città dovette mandare gli alabardieri per mantenere l'ordine. Tutti volevano reliquie; bisognò rivestirlo più volte, tanto erano tagliuzzate le tonache, che ne rivestivano successivamente la salma.
Il giorno stesso della morte, come si legge nei processi, operò parecchi miracoli e apparve a diverse persone.
Il primo a sentire gli effetti della santità di Fra Bernardo fu Fra Antonino da Partanna, perchè trovandosi nell'infermeria ammalato, gli apparve lo abbracciò e lo guarì dai dolori che lo tormentavano. Apparve pure a un confratello moribondo, alla Abbadessa del monastero della Maddalena e a un certo don Michele Bucillato di Corleone dicendogli: La pace di Gesù sia con voi; vado in Paradiso.
Dopo 15 giorni apparve una seconda volta a Fra Antonino, e salutandolo, lietamente gli disse: Addio. Fra Antonino!.... Paradiso!.... Paradiso!...Benedette le discipline, benedette le vigilie, benedetti gli atti di ubbidienza, benedetti i digiuni e benedette tutte le perfezioni religiose!....confratelli che formavano la comunità per lo stile penitenziale della sua vita. Si vociferava  infatti delle sette discipline (flagellazioni)  che egli s'infliggeva ad ogni ora canonica e per quella sua preghiera continua.
Ma l'ammirazione per il santo confratello non riusciva a bilanciare lo scontento per una cucina cui, secondo il parere dei frati, fra Bernardo riservava scampoli di tempo e poca fantasia. Anche questa volta il padre guardiano, Vincenzo da Chiusa, si credette in dovere di mettere a tacere la querimonia della comunità rimproverando il cuciniere: curasse di più fornelli e pentole.
E anche questa volta a fra Bernardo scappò detto d'acchito che i frati non avevano di che lamentarsi della sua cucina.
E pure in quest'occasione tuttavia il castigo all'uomo vecchio, che covava pur sempre sotto la cenere, non si fece attendere e fra Bernardo cominciò a darsi pugni sulle labbra fino a farle sanguinare, ripetendosi la consegna dell'umiltà "Non rispondere! ".
In seguito al capitolo celebrato il 29 gennaio 1653, con l'elezione a provinciale del padre Ludovico da Palermo, fra Bernardo è destinato a far parte della variegata e numerosa comunità cappuccina del convento di Palermo, composta da cento religiosi stabili più quelli in transito  e i forestieri, per dare il suo contributo di santità con la testimonianza della sua vita.


 
Torna ai contenuti | Torna al menu